venerdì 2 dicembre 2011

Un grande scrittore


Ippolito Nievo, l'anti-Manzoni 

A 150 anni dalla scomparsa dello scrittore padovano autore di «Confessioni di un italiano», diverse rievocazioni aiutano a riportarlo alla memoria

Tra gli anniversari che ricorrono quest’anno, quello dell’Unità d’Italia finisce naturalmente, e comprensibilmente, per oscurarne altri. Ce n’è almeno uno, però, che è facile recuperare anche per il nesso strettissimo che lo lega al centocinquantenario più noto: il 1861 è anche l’anno della morte (da taluni considerata misteriosa, per le circostanze in cui avvenne) di Ippolito Nievo, inghiottito appena trentenne dai flutti del Tirreno nel naufragio della nave Ercole, che lo portava, assieme ad altri componenti della spedizione dei Mille, da Palermo a Napoli. Un naufragio che la (fanta) storiografia ha spesso ricostruito come un attentato a sfondo politico. Se ne andava così uno dei più promettenti scrittori del nostro Ottocento (anzi, già dei più prolifici), che moriva lasciando inedito un capolavoro come le Confessioni di un italiano a un’età corrispondente a quella in cui Manzoni si esercitava ancora sugli Inni sacri e, ben lungi dai Promessi sposi, non aveva ancora scritto nemmeno il Fermo e Lucia.
A non far naufragare il centocinquantenario nieviano nel bailamme delle altre rievocazioni storiche stanno provvedendo, negli ultimi mesi, varie operose officine della cultura veneta: la casa editrice Marsilio, in primis, visto che qui si è accasata, già da alcuni anni, l’Edizione nazionale delle opere dello scrittore padovano (di nascita: ma friulano e lombardo di famiglia). Aperta già nel 2005 dalle malnote Commedie a cura di Piermario Vescovo, la raccolta completa e filologicamente attendibile di tutte le opere nieviane ha ricevuto impulso dalla ricorrenza: così, negli ultimi due anni sono usciti a intervalli regolari Angelo di bontà (a cura di Alessandra Zangrandi e Pier Vincenzo Mengaldo), Il conte Pecorajo (a cura di Simone Casini) e Antiafrodisiaco per l’amor platonico (a cura di Armando Balduino), e Simone Casini ha approntato un utile inventario di tutti i manoscritti superstiti, premessa a qualsiasi ulteriore esplorazione editoriale. Al recupero di opere più o meno note si aggiunge la fioritura di contributi critici, l’organizzazione di convegni e addirittura di eventi come la conferenza-spettacolo allestita ieri sera da Cesare De Michelis al Teatro Verdi di Padova.
Ce n’è abbastanza per sperare in una decisiva ripresa di quota di Nievo nel panorama non tanto della nostra letteratura, quanto delle nostre letture. Non che fino ad ora l’autore delle Confessioni fosse trascurato. Ciò che l’ha danneggiato, in effetti, è soprattutto il successo tardivo delle sue opere, e in particolare del suo capolavoro: le Confessioni (di un ottuagenario, come suonava il titolo della prima edizione, pubblicata da Erminia Fuà Fusinato nel 1867) furono davvero lette e apprezzate solo durante il Novecento, producendo uno dei tanti esempi di un fatto tipico del Risorgimento. Il fenomeno, cioè, per cui tanti suoi aspetti avrebbero potuto conoscere sviluppi diversi e, forse, migliori - perché più complessi e più completi - di quelli che si produssero storicamente, se solo alcune voci fossero state ascoltate per tempo. Voci perlopiù alternative alla linea maestra - se non proprio egemonica - della cultura nazionale. Il caso di Nievo è rivelatore più ancora che in campo politico (dell’interpretazione diciamo così ideologica delle sue opere si discute ancora, senza riuscire a darne una lettura univoca), in campo propriamente letterario, stilistico.
Le sue opere rappresentano fin dalle più minute scelte linguistiche una netta alternativa al manzonismo, cioè all’italiano toscaneggiante e popolare che finì per furoreggiare nell’Italia appena unificata. La sua lingua, satura di venezianismi lasciati lì non per ignoranza delle corrispondenti forme letterarie, ma per deliberata scelta espressiva, in compagnia degli aulicismi che Manzoni aveva schivato nell’artificiosa ricerca di una naturalezza che finiva per risultare stucchevole, produce una scrittura insieme più «regionale» e più «europea» (per il continuo e fitto dialogo con i grandi dell’Ottocento letterario straniero) di quella dei manzoniani. Più ricca, anche: come più ricca, più varia e più matura avrebbe potuto essere la nostra storia di italiani, unificati ma non uniformati.
Lorenzo Tomasin

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