domenica 22 gennaio 2012

Cronache locali


Bologna, pass per disabili continuano a “girare” ma sono intestati a defunti
Tra Comune e Provincia del capoluogo emiliano i casi sono decine. Il pm Giovannini: "L'inchiesta è un pozzo senza fondo di piccole e grandi furberie"
Parla di un “pozzo senza fondo” il procuratore aggiunto Valter Giovannini, riferendosi all’inchiesta della procura di Bologna sui pass per disabili, che ha visto coinvolti anche alcuni giocatori del Bologna Fc. La polizia municipale, coordinata da Giovannini, sta indagando su unnuovo filone, che riguarda l’uso di pass assegnati a disabili che però sono morti.

La procura ha verificato l’esistenza di due tipologie di utilizzo irregolare. In un caso i pass sono rilasciati dal Comune di Bologna, nell’altro da comuni limitrofi o da altre città d’Italia. In tutte e due i casi, però, si parla di disabili che ormai sono morti.

La polizia municipale ha scoperto, grazie ad una segnalazione, che alla morte del parente disabile, alcuni furbetti hanno continuato ad utilizzare il pass. Esiste però un sistema informatico che permette all’anagrafe di Bologna di comunicare a Sirio, il “vigile elettronico” che controlla gli accessi dellaZona a Traffico Limitato del centro storico di Bologna, il decesso del residente e la conseguente cancellazione della targa. Ma il pass non viene restituito al Comune, e in alcuni casi viene utilizzato comunque per parcheggiare ovunque in centro, entrando però solo quando Sirio è spento. Un meccanismo possibile solo fino alla scadenza del tagliando, che dura cinque anni.

Il secondo caso scoperto dalla polizia municipale, invece, riguarda alcuni pass rilasciati da comuni adiacenti a Bologna o da altre città italiane. In questa circostanza, dopo la morte del disabile, i comuni non avrebbero comunicato l’avvenuto decesso al comune di Bologna, senza quindi permettere di inserire i dati nel cervellone di Sirio. In questo modo i furbetti, alcuni dei quali sarebbero studenti fuori sede, hanno potuto continuare ad utilizzare il pass, non solo per parcheggiare gratuitamente, ma anche per entrare in centro nella zona a traffico limitato quando Sirio è acceso.

Quest’ultimo caso riguarda circa una decina di persone, anche se gli accertamenti sono ancora all’inizio. Il comportamento sotto la lente della procura, l’utilizzo improprio del permesso, non integra però gli estremi del reato. È una violazione amministrativa prevista dal codice della strada, ma gli inquirenti sono intenzionati a verificare se c’è qualcosa di penalmente significativo.

Il procuratore aggiunto Valter Giovannini ha dichiarato che “questa inchiesta è ormai un pozzo senza fondo, di piccole e grandi furberie. La Procura non può intervenire su tutto, occorre rivedere l’intera materia e in tal senso il sindaco Virginio Merola sta mostrando sensibilità e volontà di mettere ordine”, riferendosi alla decisione di ridurre il numero di targhe da associare ai pass per disabili.

L’assessore alla Mobilità del comune di Bologna, Andrea Colombo, ha comunque precisato che “constatato il decesso, dagli uffici comunali viene spedita una lettera agli eredi, in cui si intima la materiale restituzione del contrassegno arancione. A prescindere dalla effettiva riconsegna o meno del tagliando, da quel
momento le auto eliminate sono soggette a multa da parte dei sistemi Sirio e Rita, ma anche degli ausiliari Atc per quanto riguarda la sosta, grazie ai palmari aggiornati in tempo reale”.

Mentre, in riferimento ai pass rilasciati da altri comuni, Colombo spiega che “l’amministrazione non può allo stato intervenire in modo diretto. Tuttavia, come già evidenziato nelle scorse settimane, il progetto di costituzione di una banca dati unica regionale dei permessi H, già finanziato e in corso di predisposizione, consentirà presto ai principali Comuni emiliano-romagnoli di scambiarsi informazioni aggiornate e dunque compiere accertamenti più efficaci, compreso quello relativo ai deceduti”.

L’idea quindi è quella di ridurre da dieci ad una le targhe da associare ai pass, di costituire una banca dati regionale, un protocollo di collaborazione con l’Ausl, e potenziare i controlli su strada della Polizia municipale. E conclude: “posso garantire che, anche grazie alle indagini in corso da parte della Procura di Bologna, proseguirà strenuamente e a tutto campo la battaglia della Giunta contro gli odiosi furbetti che in modo disonesto e illecito, abusando dei pass handicap, danneggiano i veri invalidi e lo stesso Comune”.

Ancora storie di donne


di Ignazio Marino

MUORE DOPO CESAREO A CROTONE. STILLICIDIO CHE DEVE FINIRE

Si tratta di uno stillicidio raggelante. La sanità calabrese è da tempo sotto osservazione della nostra Commissione anche per quanto riguarda il parto cesareo: a Reggio Calabria il 65% delle donne vengono sottoposte a parto cesareo, anche se l'Organizzazione Mondiale della Sanità sostiene che la media dei parti cesarei dovrebbe arrivare al 13,7%. Per di più l'intervento avviene generalmente in piccole strutture private accreditate, quasi sempre di mattina, in un giorno feriale. Una scelta che sembra motivata dalla possibilità di ottenere un rimborso economico per l'intervento più che dalla tutela della salute delle pazienti.
La cartella clinica acquisita dai carabinieri del Nas all'ospedale di Crotone non offre dati sufficienti. Da una prima analisi non si comprendono appieno i motivi che hanno spinto i medici a porre l'indicazione per il parto cesareo;le informazioni sono inoltre insufficienti anche a fare chiarezza sui fattori di rischio e gli eventi che hanno portato alla morte, a soli 19 anni, di Jessica Rita Spina.
La direzione sanitaria dell'ospedale si è dimostrata collaborativa, tuttavia nella documentazione clinica mancano elementi per far piena luce su quanto accaduto e individuare o escludere eventuali responsabilità del personale sanitario. La Commissione sta effettuando pertanto un ulteriore approfondimento, inviando all'ospedale alcuni quesiti per avere risposte certe al più presto.

sabato 21 gennaio 2012

Una modesta proposta per risolvere il problema del riscaldamento globale


RITI PROPIZIATORI

La danza della neve funziona, nativi americani fanno cadere i primi fiocchi in Colorado

Il rito di un capo tribu' di salva la stagione invernale


America24, 20 gennaio 2012, 12:22
Quando il meteo non aiuta ci pensano i nativi americani. Per salvare la stagione sciistica partita in salita, infatti, la popolarissima località sciiestica di Vail, in Colorado, ha chiesto a Eddie Box Jr., capo della tribu' indiana Ute, di improvvisare una danza della neve per far cadere i primi fiocchi.
“Saremmo lieti di celebrare la cultura e la storia degli indiani d'America, e magari di invogliare le prime precipitazioni", recitava l'invito ufficiale recapitato al leader indiano il 7 gennaio che gli offriva anche vitto e alloggio.
La piccola città del Centennial State, infatti, dipende dei ricavi della stagione sciistica, che finora ha registrato un calo del 15% dei turisti rispetto all'anno scorso.
Box ha accettato la sfida con entusiasmo e mercoledì mattina di buon ora, con indosso gli abiti tradizionali della sua gente, davanti ad un pubblico di circa 200 persone, ha dato il via al rito propiziatorio nella stazione sciistica di Vista Bahn Express, la stessa dove suo padre aveva danzato nel 1963. E, neanche a dirlo, giovedì meno di 24 ore dopo aver terminato il rito, con canti e balli, accompagnati da strumenti a fiato e tamburi, Vail ha visto cadere 60 centimetri di neve, compatta e bianchissima.
La località sciistica e gli indiani Ute sono legati da un rapporto di amicizia che va avanti da molti anni. Nel 1999, una delegazione della tribu' era anche stata ospite dei campionati mondiali di sci, tenutisi sulle sue piste.
“Non è solo la neve – ha commentato Box, dopo il suo rito propiziatorio - Quando l'acqua inizia a scendere dalle montagne, i fiori ed ogni piccola cosa inizia a crescere, ne traggono beneficio tutti gli essere umani”.
Visto che le preghiere, in questo caso, hanno funzionato, altri impianti sciistici hanno seguito l'esempio del resort del Colorado. Park City Mountain in Utah ha invitato 30 rappresentati della stessa tribu' per effettuare un'altra danza della neve. Stessa cosa in Sierra Nevada, la catena montuosa che si estende tra la California ed il Nevada, dove dopo un danza propiziatoria di un gruppo di nativi americani, qualche giorno fa, le previsioni meteo dicono che, finalmente, la neve sta per arrivare -in tempo per salvare ciò che rimane della stagione invernale.
“E' un rito che non può essere svolto ogni anno,perché non rispetterebbe l'idea di chiedere solo quando c'è veramente bisogno”, ha spiegato Majel Boxer, professore di cultura degli indiani d'America, al Fort Lewis College di Durango, in Colorado, mettendo in risalto l'eccezionalità dell'accaduto.
In realtà la stagione invernale, quest'anno è stata particolarmente mite un po' in tutto il Paese. Secondo le previsioni dello scorso 27 dicembre, solo il 24,3% degli Stati Uniti era ricoperto di neve, rispetto all'oltre 50% registrato nello stesso periodo nel 2010.

venerdì 20 gennaio 2012

Rivolta dei Forconi (Copertina con Beppe Grillo di Servizio Pubblico 19 ...

Un' inchiesta di "Repubblica"


IL CASO di MARIA NOVELLA DE LUCA

Assunti con le dimissioni firmate
Così ti ricatto i lavoratori

Prima arriva la promessa e poi l'inganno. Prima il contratto a tempo indeterminato e, pochi minuti dopo, la lettera di licenziamento. Si può essere "dimissionati" per decine di pretesti, ma i motivi più frequenti sono la nascita di un figlio, una malattia, l'età, i rapporti con il sindacato. Una prassi illegale che coinvolge in percentuale il 60% delle lavoratrici donne e il 40% dei lavoratori. Non riguarda solo la manodopera operaia, tessile e artigiana, ma si estende anche al personale impiegatizio di piccole e medie aziende

Accade nei cantieri, nei negozi, nei centri commerciali, nelle botteghe artigiane, nelle imprese. Tra le ricamatrici di abiti da sposa di Barletta come tra gli operai delle officine metalmeccaniche di Terni. Nelle aziende in crisi ma anche in quelle sane. Dove ci sono 10 dipendenti, ma anche 50. Al Sud e al Nord. Si chiamano "dimissioni in bianco" e  sono una delle piaghe più sommerse e invisibili del mercato del lavoro in Italia, la clausola nascosta del 15% dei contratti a tempo indeterminato, un ricatto che colpisce due milioni di dipendenti, in gran parte donne.

Ricorda Fabrizio B., meccanico specializzato di 34 anni, oggi a contratto in una grande acciaieria umbra: "Con un'unica penna ho firmato la mia assunzione e le mie dimissioni, la speranza e la condanna, sapevo che era un ricatto, sapevo che era illegale, ma avevo due figlie piccole, un mutuo, e il bisogno, disperato, di uno stipendio. Era il 2003: cinque anni dopo, quando mi sono opposto a turni di lavoro disumani, il mio principale dopo mesi di mobbing ha tirato fuori la lettera e ci ha messo la data. Sono stato cacciato, ma in realtà risultavo "dimesso". E dunque senza possibilità di oppormi, di avere né disoccupazione né altro... Ho impiegato anni per riprendermi, il mio matrimonio è fallito, ho rischiato di perdere la casa. E oggi ancora ne porto i segni".

Si annida dappertutto il fenomeno delle dimissioni in bianco,  rappresenta oltre il 10% di tutte le controversie di lavoro dei patronati Acli, il 5% delle vertenze degli uffici Cisl, spunta come una gramigna cattiva da ogni interstizio produttivo,  tra le commesse dei negozi di lusso come tra gli impiegati delle agenzie di servizi, nell'edilizia senza regole che cementifica le nuove periferie, ma anche nelle botteghe artigiane  dell'orgoglio made in Italy.

E nell'80% dei casi resta un reato impunito e taciuto. Ma che cosa è questa prassi illegale che coinvolge in percentuale il 60% delle lavoratrici donne e il 40% dei lavoratori maschi, la manodopera operaia, tessile e artigiana, ma si estende anche e con una percentuale del 25% , al personale impiegatizio di piccole e medie aziende? Come si fa a ricattare così un lavoratore, ma soprattutto una lavoratrice, (le donne spesso vengono "dimissionate" non appena tornano dalla maternità) con una distorsione delle regole tanto evidente che il ministro del Lavoro Fornero, su pressione di  diversi gruppi di donne, ha annunciato a breve un provvedimento per rendere impossibili le dimissioni in bianco?

La promessa e l'inganno "In pratica - spiega Pasquale De Dilectis, direttore provinciale del patronato Acli di Napoli  -  al momento dell'assunzione le aziende fanno firmare al lavoratore un foglio completamente in bianco, o magari una pagina già compilata ma senza una data, in cui il neo dipendente presenta le proprie dimissioni. Questa lettera viene custodita dal titolare che così può decidere, in ogni momento, di mandare via quell'operaio, quella commessa, o magari quell'impiegato, senza doverlo licenziare, e dunque scaricando se stesso da qualunque responsabilità e mettendosi al riparo da cause e contenziosi...". Perché è difficilissimo, una volta firmata una lettera autografa, dimostrare che si è stati costretti a quel gesto, e spesso patronati e sindacati non possono fare altro che "raccogliere" la storia di quell'uomo o quella donna ricattati e beffati da padroni senza scrupoli.

E si può essere "dimissionati" per decine di pretesti, ma i motivi più frequenti sono la nascita di un figlio, una malattia, l'età, i rapporti con il sindacato. O semplicemente, anzi cinicamente, raccontano ancora alle Acli,  "lo scadere dei benefici della legge 407 del 1990, che permette ai datori di lavoro che assumono a tempo indeterminato di non pagare per 3 anni i contributi al  neo-dipendente che viene coperto direttamente dall'Inps". Passati quei mille giorni la lettera salta fuori, e il lavoratore diventa carta straccia, avanti il prossimo per poter "rubare" i benefici di legge.
19 gennaio 2012