lunedì 9 gennaio 2012

DONNE CORAGGIOSE



GEN
08
Afghanistan Womens Rights

Afghanistan, la sposa bambina torturata dal marito diventa un simbolo dei diritti umani

DONNE|
Sahar Gul è una ragazzina afghana di 15 anni che ha quasi rischiato di essere uccisa dal marito perché non voleva prostituirsi. La scorsa settimana è arrivata in un ospedale di Kabul nelle condizioni che vedete nella foto qui sopra. Gli occhi talmente gonfi di botte da essere semi-chiusi, il collo tumefatto, un orecchio bruciato da un ferro da stiro, il corpo così debilitato da essere costretto su una sedia a rotelle, le mani ricoperte di croste nere al posto delle unghie strappate dai suoi torturatori. Sahar era stata data in sposa sette mesi fa al soldato Gulam Sakhi che, con la complicità della sua famiglia, ha reso la sua vita un inferno.  Quattro mesi fa la sposa-bambina era riuscita a fuggireed aveva chiesto aiuto a dei vicini di casa: “Se siete dei musulmani dovete dire alle autorità quello che mi sta succedendo – aveva detto disperata -, vogliono farmi prostituire”. La polizia di Puli Khumri, la città nella provincia di Baghlan dove è avvenuto il fatto, è stata avvisata ma non ha fatto altro che restituire la povera ragazza alla famiglia torturatrice dietro la promessa che gli abusi non sarebbero più continuati. Invece, come da copione, è accaduto l’esatto contrario. Sahar è stata chiusa in un seminterrato dove è stata picchiata e affamata per altri tre mesi finché un parente lontano arrivato a far visita non ha fatto scoppiare lo scandalo. Ma anche allora le autorità  hanno cercato di trovare un accordo con il marito per evitare che la vicenda finisse sulla stampa. Un comportamento che, purtroppo, non è una novità in Afghanistan dove,   secondo un rapporto delle Nazioni Unite, le donne  sono trattate come bestiame. E chi si rivolge alla polizia spesso subisce ulteriori abusi, tra cui lo stupro e le molestie, prima di essere riconsegnata alla famiglia e dimenticata.
Questa volta però il volto gonfio di botte della piccola coraggiosa Sahar Gul ha fatto il giro del mondo destando condanna o orrore unanime. Tanto che il presidente afghano Hamid Karzai ha ordinato una commissione d’inchiesta  e il ministro della Sanità è corso in ospedale per portare la sua solidarietà alla giovane.  Il marito torturatore è ora ricercato e il resto della famiglia è agli arresti. Le orribili immagini di Sahar sono, dunque, servite a rendere visibile il tragico destino delle donne nel nuovo Afghanistan, dieci anni dopo la caduta dei Talebani. “Rompiamo il silenzio mortale sullo stato delle donne” titolava qualche giorno fa l’Afghanistan Times. Nonostante la recente ‘approvazione di una legge che per la prima volta punisce la violenza domestica  le tradizioni più bieche sono dure a morire e Kabul è al sesto posto nella classifica dei Paesi in cui le diseguaglianze tra i generi sono più accentuate.  Ma forse qualcosa si sta muovendo. Soltanto qualche anno fa un caso come quello di Sahar non sarebbe venuto alla luce. Ne è convinta Fawzia Kofi, deputata e capo della commissione parlamentare sulle questioni delle donne: “Penso che ora ci sia un maggiore senso di consapevolezza dei diritti delle donne – ha detto all’Associated Press -. La gente sembra voler cambiare e parla di questi temi”. Ma fermare gli abusi è una sfida  grandissima in una società patriarcale dove l’altra metà del cielo viene considerata ancora merce di scambio e il delitto d’onore è una prassi consolidata.  E le associazioni dei diritti umani temono che anche i piccoli progressi fatti sin qui possano sparire con il ritiro delle truppe internazionali. “Se i Talebani torneranno nella società tutto questo non ci sarà più” dice all’Ap l’attivista Sima Natiq.
Noi tifiamo per Sahar Gul e per tutte le ragazzine come lei che hanno subito abusi pesantissimi. Il ministero della Sanità ha fatto sapere che la giovane “si sta riprendendo fisicamente ma siamo molto preoccupati – ha aggiunto – per le sue condizioni mentali perché è stata torturata per un periodo molto lungo”. Speriamo che il suo caso spinga il governo a intervenire più prontamente in futuro.

Tasse


Fiorello torturato dagli 007 del fisco - www.noel75.it.flv

domenica 8 gennaio 2012

Crisi


Lega di lotta e non più di governo ( per fortuna)


L'ampolla delle magie del Calderoli pensiero

dal "Corriere"

Porcellum, insulti ai gay e attacchi agli immigrati

L'ex ministro Roberto CalderoliL'ex ministro Roberto Calderoli
S e vivessimo in un Paese normale, dopo la sparata sui presunti bagordi di Palazzo Chigi consumati a Capodanno dal presidente Mario Monti, il poco onorevole Roberto Calderoli avrebbe dovuto chiedere scusa. Invece si è incarognito: vuole una risposta in sede istituzionale perché Monti fa troppo il maestrino. Succede che per ragioni elettorali si esageri un po' e si passi dalla parte dei post galantuomini, magari per nascondere il fatto che la Lega con «Roma ladrona» ci è andata a nozze, comportandosi come tutti gli altri partiti. Poi però, almeno per buon gusto, si fa un passo indietro.

Buon gusto? Non contento delle gesta del Trota, il cerchio magico del Capo - l'inner circle di Gemonio - sta preparando per la prossima festa dell'ampolla un'antologia di interventi calderoliani. Titolo provvisorio: «Padania maiala». Come molti ricorderanno, nel 2007 Calderoli inveì contro la costruzione di una moschea a Bologna: «Metto a disposizione del comitato contro la moschea sia me stesso che il mio maiale per una passeggiata sul terreno dove si vorrebbe costruire, come a suo tempo feci in quel di Lodi». Tra l'altro, Calderoli è anche l'ideatore dell'attuale legge elettorale, il «Porcellum», poi definita dallo stesso «una porcata». È una legge di natura: il pomo più bello va in bocca al porcello.

In copertina campeggerà la foto del Nostro in camicia verde pisello e calzoncini corti, sua abituale divisa estiva, residuo di qualche campeggio celtico. A proposito, quando impalmò la sua prima moglie con rito celtico le disse: «Sabina sarai la mia sposa. Giuro davanti al fuoco che mi purifica. Esso fonderà questo metallo come le nostre vite nuovamente generate». Il matrimonio non è andato tanto bene, si è fuso più del metallo.

Dopo i maiali, l'altra ossessione del poco onorevole sono i gay. Una delle sue frasi preferite è questa: «La civiltà gay ha trasformato la Padania in un ricettacolo di culattoni. Qua rischiamo di diventare un popolo di ricchioni!». Già, il buon gusto: «Dare il voto agli extracomunitari? Un Paese civile non può fare votare dei bingo-bongo che fino a qualche anno fa stavano ancora sugli alberi». Il libro sarà la ricognizione puntuale del «piccolo mondo mostruoso» in cui abitiamo e verrà presentato a Monza, nella ex succursale del ministro semplificato Calderoli.

venerdì 6 gennaio 2012

CATTIVO GUSTO


Non nati, ma morti e sepolti

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Camelie bianche e angeli alati. Piccole lapidi di marmo bianco, tutte uguali, con sopra inciso un nome in codice, o anche «di fantasia», per i feti che vi verranno deposti. «Un’oasi di pace», promettono i suoi ideatori, ma sembra piuttosto un inferno dell’immaginazione il «Giardino degli Angeli» inaugurato al Laurentino di Roma e destinato ai «bambini mai nati» a causa di un’interruzione di gravidanza, spontanea o voluta.
I bambini mai nati sono bambini mai morti. E allora, se è ai morti che si deve sepoltura, perché volerli sepolti, considerandoli dunque morti? Perché creare per loro un cimitero (il secondo in Italia, dopo l’analogo milanese), ossia un luogo di pubblico compianto, che di fatto li equipara ai cittadini che furono e non ci sono più?
Per andare incontro, sostiene la vicesindaco Sveva Belviso, alle esigenze «di chi vuole assicurare un luogo di sepoltura al proprio bambino non nato, che in mancanza di richieste esplicite verrebbe smaltito come rifiuto ospedaliero». Su richiesta, infatti, accade già adesso che dopo un aborto il feto venga riconsegnato alla madre. Col «giardino degli angeli», però, siamo un passo oltre il diritto personale al compianto del feto: si sancisce di fatto la sua istituzionalizzazione. Che implica l’equiparazine dei «non nati» ai defunti. Quei feti non sono più una possibilità di vita non realizzata: sono bambini morti. Con tutti i presupposti e le conseguenze che questo comporta.
«Assolutamente no», dice Belviso, «il progetto non vuole intaccare i principi sanciti dalla legge 194». Invece li intacca eccome, conferendo di fatto al feto lo statuto di persona (morta) e di cittadino (con diritto di pubblica sepoltura). Qui non è affatto in questione il desiderio materno, o genitoriale, pienamente legittimo e comprensibile, di compiangere un figlio mancato. E’ in questione la creazione di uno spazio pubblico di materializzazione spettrale, e macabra, dei non-nati e non-morti in non-nati morti e sepolti, con la certificazione delle relative procedure amministrative (la richiesta della sepoltura dovrà essere inoltrata alle Asl che a loro volta la gireranno entro pochi giorni ai servizi cimiteriali). Uno spazio pubblico, un servizio pubblico, una procedura amministrativa bastano a definire una categoria della cittadinanza: la categoria dei non-nati e tuttavia morti, compianti come morti e tuttavia mai nati.
E bastano a definire contemporaneamente gli esclusi e i reietti dalla medesima categoria. Che ne sarà infatti dei non-nati che non verranno sepolti, nel caso che le loro madri, o i loro genitori, li considerino effettivamente non-nati, dunque non-morti, dunque da ricordare, o da dimenticare, con un rito o un’elaborazione diversi dalla sepoltura? Se l’immaginario collettivo e la mano pubblica fanno spazio alla sepoltura dei non-nati, dove metteranno i non-sepolti, se non nello spazio ancor più spettrale di una colpa raddoppiata, che incombe sulla comunità senza nemmeno la copertura di una lapide?
Ida Dominijanni

A proposito del blitz della guardia di finanza