giovedì 5 gennaio 2012
mercoledì 4 gennaio 2012
Sulla chiusura dei piccoli negozi
I consumi, secondo i dati della Confesercenti, vanno peggio delle previsioni e la ripresa tarda. Il risultato è un forte restringimento del numero di esercizi in attività. Il negoziante che fallisce, se può, si ricicla nelle vendite a domicilio o nel commercio ambulante, entrambi fenomeni in crescita - In quello che per dodici anni è stato il negozio di informatica di Giulio Credazzi, a Roma, non c'è solo una saracinesca chiusa, ce ne sono tre. Perché era un negozio grande, e con molti dipendenti. A un certo punto, però, le cose non sono andate più bene: "Prima è arrivato il centro commerciale, che ha avuto un impatto devastante sulla nostra attività, e così abbiamo cominciato a perdere il 10% l'anno. A un certo punto si è aggiunta la crisi: le perdite si sono sommate, siamo passati dal 30 al 40 al 50%. Per giunta la proprietaria ci ha chiesto un aumento, e allora ho deciso di chiudere". Adesso Credazzi si occupa di servizi informatici, a domicilio: ripara computer, fornisce software, pezzi di ricambio. Il suo negozio è rimasto chiuso: a distanza di due anni, non lo vuole nessuno. I clienti però non mancano e, non essendoci più le spese del negozio, i margini di guadagno sono tornati accettabili.
Anche Roberto Carletti, romano, dopo il fallimento del suo negozio ha cambiato filosofia: "Quando avevo il negozio, aspettavo i clienti. Adesso vado da loro". Carletti era approdato al commercio dopo aver fatto altri lavori: la sua era un'aspirazione coltivata da tanto tempo. Gli è andata male: "Vendevo articoli per la casa, ma in negozio c'era sempre poca gente, poco movimento, poco incasso; l'affitto correva, la merce andava riacquistata, perché era un'attività nella quale bisognava avere sempre tutto: il gioco non valeva la candela". Allora ha chiuso, e a quel punto ha colto al volo un'opportunità offerta dalla Vorwerk Folletto: si è reinventato venditore a domicilio, e adesso, dopo qualche anno, è capovendita, ha alle sue dipendenze sei venditori, ed è entusiasta del suo lavoro.
Invece Patrizia Lattuada è passata alle vendite a domicilio più per motivi di famiglia che di tipo economico: "Ho lavorato per vent'anni in agenzie di viaggio tradizionali, però con il secondo figlio è diventato tutto più difficile, perché abito in provincia di Cremona e dovevo andare ogni giorno a Milano. Allora ho risposto a un annuncio di CartOrange, e ho cambiato modo di lavorare. Vendere pacchetti viaggio a domicilio mi dà la possibilità di stare di più con i miei figli, non ho orari fissi, e poi è più appagante, perché dai al cliente la tua collaborazione ben al di là degli orari di agenzia: anche il sabato, la domenica, dopo cena. E ho molto più tempo per la formazione".
Giulio, Roberto e Patrizia non sono i soli a essere passati dal negozio alle vendite a domicilio. Infatti se i negozi chiudono, spesso per non riaprire più, e i fallimenti aumentano, le vendite a domicilio crescono dal 2006 con una media del 3% all'anno, e hanno superato indenni i tre anni della crisi nella quale invece si sono persi 25mila negozi (dati Confesercenti). L'ultimo bilancio delle aziende associate Univendita (da poco entrata in Confcommercio) è stato di 823 milioni di euro, mentre per l'anno in corso si prevede di superare il miliardo. La vendita diretta a domicilio certo è ancora un fenomeno di dimensioni modeste, conta poco più dell'1% del commercio in Italia. Ma se continua così guadagnerà sempre più spazio: "Rispetto al passato sono cambiati i venditori, si punta di più alla formazione, cercando di evitare la pressione fastidiosa sul cliente", dice Luca Pozzoli, presidente di Univendita. I venditori a domicilio che provengono dal commercio tradizionale, sostiene Pozzoli, hanno anche più chance degli altri nella possibilità di costruire un buon rapporto con i potenziali clienti: "Abbiamo ampia esperienza del fatto che una persona che arriva dal commercio il contatto con la clientela sa già come tenerlo, quindi ha maggiori possibilità di riuscita".
"Quando un commerciante fallisce non c'è nessun tipo di supporto sociale - ricorda Massimo Zanon, presidente di Confcommercio Veneto e Venezia -. Per ricollocarsi, è determinante l'età: se è uno che ha una professionalità, può ritrovare uno spazio nello stesso settore, come dipendente. Il 2/3% si lancia nel commercio ambulante, il 3/4% nella vendita diretta, attività nella quale possono essere favoriti perché hanno una buona capacità dialettica, e poi si tratta sempre di un lavoro imprenditoriale". Il commercio ambulante, che assorbe una quota piccola ma non trascurabile di ex negozianti, viaggia verso una quota di mercato dell'11%. Gli ambulanti, con i loro 170.845 esercizi, coprivano infatti alla fine del 2010 il 10,5% della complessiva distribuzione commerciale, con un aumento del 20% messo a segno tra il 2000 e il 2010. Il giro d'affari del comparto supera i 25 miliardi di euro. "Il comparto è in crescita intanto perché vi approdano molte persone, espulse dal mercato del lavoro - spiega Adriano Ciolli, coordinatore nazionale di Anva, l'associazione dei venditori ambulanti che fa capo a Confesercenti - e poi perché l'investimento di partenza che si richiede è modesto, e questo facilita l'avvio di nuove attività".
Però non tutti i commercianti che sono costretti a chiudere il loro negozio hanno la possibilità di "reinventarsi" come venditori a domicilio, o ambulanti. "Da noi il commercio ambulante ormai è prerogativa dei cinesi - dice Salvatore Politino, direttore di Confesercenti Catania - e la vendita diretta praticamente non esiste. Chi chiude un negozio, se ci riesce, cerca di essere assorbito come dipendente dalla grande distribuzione". Molti dei commercianti che chiudono, osserva Renato Mattioni, direttore della Camera di Commercio di Monza e della Brianza, finiscono per rimanere fuori da ogni prospettiva, perché già l'apertura di un negozio era stato per loro l'approdo all'ultima spiaggia: "Un terzo delle imprese nascono più per disperazione che per convinzione: si tratta di cassintegrati, precari che fanno l'ultimo tentativo per trovarsi un'occupazione, e che spesso falliscono per mancanza di adeguata preparazione. Per loro è molto difficile ricollocarsi". Lo conferma Andrea Nardini, direttore di Confcommercio Toscana: "Il terziario negli ultimi anni è stato un forte bacino di assorbimento per i lavoratori espulsi dal sistema produttivo".
Per cercare di tirare avanti, i negozianti sono comunque costretti a mettere in atto delle strategie di sopravvivenza. Per i negozi di abbigliamento, spiega Angelo Sabia, titolare di un negozi di calzature a Rivoli (Torino), la soluzione nella maggior parte dei casi si chiama outlet: "Nonostante le vendite calino, i fornitori ci costringono ad acquistare più merce e ad acquistarla sempre con maggiore anticipo. E allora, chi può apre un outlet, e lì vende le rimanenze con sconti che possono arrivare anche al 70%". Ci sono poi negozianti che decidono per non morire di allearsi con il "nemico", chiudendo il negozio di quartiere e aprendone uno in un centro commerciale. Ma è una strategia che ultimamente dà poche soddisfazioni: "Alcuni di noi, quando aprì Porta di Roma - racconta Andrea Venanzi, presidente dell'associazione commercianti di via Ojetti, una delle principali strade commerciali del quarto municipio di Roma - pensarono di poterla cogliere come opportunità, aprendo all'interno del centro commerciale un negozio di calze da donna e uno di abbigliamento bambino. Ma i costi sono spaventosi, si possono pagare fino a 8500 euro al mese d'affitto, e poi ci sono gli orari prolungati, per cui serve più personale. E con la crisi le vendite sono calate, ormai non si vende molto, neanche nei centri commerciali. Nel giro di poco tempo hanno dovuto chiudere entrambi, e hanno riaperto un negozio di quartiere".
"Qui, al centro commerciale di Mestre - racconta Doriano Calzavara, presidente Ascom-Confcommercio di Mestre - eravamo all'apertura 30 aziende familiari su 70 negozi. L'idea era di coinvolgere anche i commercianti del posto. Ma ormai hanno chiuso quasi tutti, abbiamo resistito in sette. Sono rimaste solo le grandi catene in franchising: Footlocker, Geox, Yamamay, Golden Lady... Ci hanno mangiati vivi. E' per questo che i centri commerciali sono tutti uguali. Per un negozio a gestione familiare i costi in un centro commerciale sono il 45% in più, ma i prezzi sono diminuiti dal 2008, siamo stati costretti a ridurli in media del 4% l'anno, quindi adesso il calo è tra il 16 e il 20%".
Tutte le strategie di vendita passano comunque per gli sconti. I negozianti del quarto municipio di Roma hanno deciso di offrirne uno collettivo agli abitanti del quartiere, per cercare di equilibrare il fortissimo potere di attrazione esercitato dal centro commerciale Porta di Roma, che in pochi anni ha svuotato le botteghe di vicinato. Per ottenere il 10% su qualsiasi prodotto basta mostrare la "Card Sconto più", inviata in questi giorni dalla presidenza del municipio a 110mila famiglie. La strategia dello sconto è comunque generalizzata. Le cronache di inizio dicembre parlano di saldi anticipati, i cartelli sono dappertutto. Per i negozianti è l'ultima spiaggia: perdere parte del guadagno sperando però di attirare grazie ai prezzi convenienti clienti sempre più svogliati e spaventati dalla crisi economica.
Da "REPUBBLICA"
Povero ladro!
Un ladro è stato arrestato dopo avere chiamato la polizia per essere portato fuori dalla casa che stava cercando di svaligiare, da cui non riusciva più ad uscire.
Gli agenti di Brandywine, nel Delaware, sono rimasti decisamente stupiti quando hanno ricevuto la chiamata di John Finch, 44enne della zona, che chiedeva aiuto. L’uomo era entrato in un appartamento i cui proprietari erano in vacanza, forzando una finestra al primo piano sul retro della casa. All’interno, oltre a svuotare i cassetti in cerca di contanti e gioielli, ha anche scovato l’armadietto dove il proprietario teneva numerose bottiglie di alcolici, che il ladro ha largamente “assaggiato”: si è bevuto, nel corso della sua permanenza all’interno della casa, due bottiglie di whiskey e diverse bottiglie di gin.
Il ladro era talmente ubriaco che non riusciva a trovare come uscire dalla casa. Le chiavi delle porte non erano da nessuna parte, e tentare di arrampicarsi da dove era entrato era improponibile, soprattutto con l’alcol che aveva in corpo.
Finch è rimasto bloccato nella casa per ben tre giorni: alla fine ha deciso di chiamare la polizia perché venissero in suo soccorso e lo facessero uscire da quella casa.
martedì 3 gennaio 2012
Qui non cambia mai nulla!
Roma, 3 gen. (LaPresse) - I parlamentari italiani sono i più pagati in Europa con uno stipendio lordo mensile che supera i 16mila euro, il 60% in più rispetto alle media Ue. E' quanto si legge nella relazione depositata in parlamento il 31 dicembre 2010 dalla commissione presieduta dal presidente dell'Istat, Enrico Giovannini.
Nel dettaglio la retribuzione lorda mensile di un deputato italiano è composta da un'indennità parlamentare di 11.283,3 euro lorde a cui si aggiunge una diaria di 3.503,1 euro, 1.331,7 euro per i trasporti, 258,2 euro per le spese telefoniche e 41,7 euro per la dotazione informatica. Dal conteggio sono esclusi gli importi per i collaboratori diretti, che rientrano nelle spese di rappresentanza, pari ad ulteriori 3.690 euro mensili.
Importi quasi simili per un senatore che ogni mese riceve 11.555 euro di indennità parlamentare, 3.500 di diaria, 1.650 euro per i trasporti e 4.180 euro per le spese di rappresentanza. Deputati e senatori viaggiano gratuitamente su treni, aerei, navi e autostrade, cosa che non avviene negli altri Paesi europei dove esistono rimborsi o carte con un limite di spesa.
lunedì 2 gennaio 2012
Una storia italiana
DA"IL FATTO"

Il denaro pubblico dato all’ospedale San Raffaele finisce “nelle mani di loschi gruppi di potere clericali che lo utilizzano per attività speculative e clientelari, sulla pelle degli ammalati”. Una denuncia durissima contro la “gestione mafiosa” dell’istituto, ma non è di oggi. Trentaquattro anni prima che l’ospedale milanese finisse travolto da un crac miliardario e dallo scandalo dei fondi neri messi da parte per beneficiari ancora da individuare, una pattuglia di deputati radicali metteva nero su bianco nei documenti della Camera un severo atto d’accusa contro l’allora poco conosciuto don Luigi Verzé e la sua impresa.
“Il Presidente del consiglio di amministrazione dell’ospedale San Raffaele, ‘don’ Luigi Maria Verzé è stato sospeso a divinis dalla Curia milanese nel 1973”, si legge nell’interrogazione presentata tra gli altri da Emma Bonino e Marco Pannella il 4 aprile 1978. Don Verzé “è stato condannato dal tribunale di Milano a un anno e quattro mesi di reclusione per tentata corruzione in relazione alla convenzione con la facoltà di medicina dell’università Statale e la concessione di un contributo di due miliardi da parte della Regione. E’ stato incriminato di truffa aggravata nei confronti della signora Anna Bottero alla quale ha sottratto un appartamento del valore di 30 milioni”.
L’eccellenza in campo scientifico e sanitario che il San Raffaele ha conquistato nei decenni successivi è universalmente riconosciuta. Ma, al tempo stesso, la sua è una tipica storia italiana di scandali avvenuti sotto gli occhi di tutti, e che tutti (o quasi) hanno fatto finta di non vedere. Fino all’epilogo: il buco di bilancio da un miliardo e mezzo di euro, il concordato preventivo, l’inchiesta penale aperta dalla Procura di Milano che ha già accertato un giro milionario di denaro in nero tra i fornitori e i vertici dell’istituto, il tragico suicidio del direttore finanziario Mario Cal quando tutto questo cominciava a disvelarsi, la morte per infarto (al quale non tutti credono) del novantunenne fondatore don Verzé nell’ultimo giorno del 2011.
Tangenti, truffe, abusi edilizi: l’incredibile storia del prete-manager Luigi Verzé
Era il 1978 quando Emma Bonino e Marco Pannella denunciavano in Parlamento la "gestione mafiosa del San Raffaele" e puntavano il dito contro il sacerdote "sospeso a divinis". La carriera del fondatore dell'ospedale lombardo, deceduto il 31 dicembre, è costellata di condanne e oscuri rapporti. Fino all'epilogo del crac e dell'inchiesta sui fondi neri. I legami con Berlusconi e con il Sismi di Pollari
Don Luigi Verzè, fondatore del San Raffaele
“Il Presidente del consiglio di amministrazione dell’ospedale San Raffaele, ‘don’ Luigi Maria Verzé è stato sospeso a divinis dalla Curia milanese nel 1973”, si legge nell’interrogazione presentata tra gli altri da Emma Bonino e Marco Pannella il 4 aprile 1978. Don Verzé “è stato condannato dal tribunale di Milano a un anno e quattro mesi di reclusione per tentata corruzione in relazione alla convenzione con la facoltà di medicina dell’università Statale e la concessione di un contributo di due miliardi da parte della Regione. E’ stato incriminato di truffa aggravata nei confronti della signora Anna Bottero alla quale ha sottratto un appartamento del valore di 30 milioni”.
L’eccellenza in campo scientifico e sanitario che il San Raffaele ha conquistato nei decenni successivi è universalmente riconosciuta. Ma, al tempo stesso, la sua è una tipica storia italiana di scandali avvenuti sotto gli occhi di tutti, e che tutti (o quasi) hanno fatto finta di non vedere. Fino all’epilogo: il buco di bilancio da un miliardo e mezzo di euro, il concordato preventivo, l’inchiesta penale aperta dalla Procura di Milano che ha già accertato un giro milionario di denaro in nero tra i fornitori e i vertici dell’istituto, il tragico suicidio del direttore finanziario Mario Cal quando tutto questo cominciava a disvelarsi, la morte per infarto (al quale non tutti credono) del novantunenne fondatore don Verzé nell’ultimo giorno del 2011.
domenica 1 gennaio 2012
Il ritorno del cavaliere
da " Piovono rane"
Il prossimo boato di nazional-populismo
Comunque, temo che ci sia qualcosa di meno ridanciano di quel che sembra, nel titolodel ‘Giornale’ di oggi. Qualcosa che vedremo con più chiarezza nel 2012 e forse, nei primi mesi del 2013. Insomma, in campagna elettorale. Quella durante la quale il Cavaliere combatterà pancia a terra per tentare la quarta e più sbalorditiva vittoria con cui assicurarsi la vecchiaia, magari al Quirinale.
E quel qualcosa sarà un boato di nazional-populismo estremo, una battaglia mediatica feroce contro l’Europa e soprattutto contro l’euro «voluto dalla sinistra e che ci ha reso più poveri», un richiamo animale contro le tasse e i sacrifici «imposti dallo straniero», un misto di patriottismo revanscista e di incanalamento della nuova rabbia sociale contro un nemico esterno, le cui quinte colonne saranno identificate qui con il Pd e in generale chi non starà con loro.
Prepariamoci, preparatevi.
Non sarà certo la prima volta nella storia che la pauperizzazione dei ceti medi diventa nazional-populismo, e mai come ora le condizioni sono favorevoli a questo scenario: pensate solo alla Bce che regala centinaia di miliardi di euro alle banche mentre queste continuano a speculare, negli stessi giorni in cui un governo pieno di banchieri e fortemente voluto dal Pd entra nella carne viva delle bollette, delle pensioni, dell’affitto da pagare.
Prepariamoci, preparatevi.
Anche perché nel frattempo non sembra che la cosa sia chiarissima a sinistra. Una sinistra che ha già perso il treno per andare a vincere le elezioni e ora è di nuovo lacerata, sfrangiata e a pezzi, con il suo maggior partito immobile e pronto a diventare il facile bersaglio di una nuova e devastante indignazione, quella contro i veri o presunti ‘poteri forti stranieri’ con i quali se resta ancora fermo sarà sempre di più identificato, fino all’ennesima, devastante sconfitta
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